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Il licenziamento da parte del Presidente Obama del Gen. Mc Christal non ha destato molta sorpresa. Dopo le affermazioni del Generale e dei suoi collaboratori nei confronti dello stesso Presidente e di altri funzionari di alto rango incaricati di guidare da parte civile, lo sviluppo dell’impegno Usa in Afganistan, pubblicate dalla rivista per uomini Rolling Stone, non restava alcuna possibile soluzione diversa. Infatti, se il Presidente non avesse rilevato dall’incarico il Generale, avrebbe dovuto licenziare il suo consigliere per la sicurezza James Jons, mr: Alanbrooke, l’ambasciatore a Kabul Eikenberry e altri collaboratori e consiglieri, nei confronti dei quali erano stati espressi giudizi tali da non consentire alcuna residua passibilità di collaborazione nell’operazione Afgana. Naturale quindi l’allontanamento di Mc. Christal. La sua sostituzione col Gen. Petraeus è meno normale, dal momento che lo stesso, noto protagonista del successo del “surge” in Iraq, era sino a ieri il diretto superiore di Mc Christal. Evidentemente Obama e lo stesso Petraeus, non avevano al momento nessuna altra buona opzione, dal momento che il sostituto avrebbe dovuto comunque essere di grande prestigio. Quello che veramente sorprende e lascia perplessi, è lo svolgimento dei fatti in precedenza. Come può accadere che il Generale ed i suoi collaboratori esternino ad un giornalista espressioni di critica feroce nei confronti dei vertici dell’amministrazione dello Stato e nei confronti degli interlocutori diretti con i quali operano nell’ambito della sempre più difficile situazione Afgana? Ingenuità, superficialità, fiducia mal riposta? Tutte eventualità inconcepibili per un uomo del prestigio e dell’esperienza del Generale e per i suoi diretti collaboratori. Viene allora spontaneo pensare che Mc. Christal abbia voluto appositamente usare il giornalista per esternare la sua clamorosa denuncia. Un Mc Chrystal frustrato dall’andamento solo parzialmente favorevole delle operazioni, pressato dalla scadenza(assolutamente illogica per le operazioni militari) posta da Obama per l’inizio del ritiro delle truppe usa, arrabbiato per la lentezza dell’assegnazione dei rinforzi promessi, condizionato dai limiti posti per “ragioni politiche”all’impiego attacchi aerei e missilistici contro le strutture talebane in profondità, insoddisfatto per i continui scontri e divergenze di vedute con i politici, abbia deciso di concludere la sua esperienza al comando delle forze alleate in Afganistan. Rassegnare le dimissioni avrebbe voluto dire ammettere il proprio insuccesso e soprattutto avrebbe voluto dire assumersi la responsabilità di abbandonare i propri soldati. Fatto inaccettabile per un Comandante. Meglio allora esternare la poca stima e la critica sua e, molto probabilmente dei suoi soldati, per le continue interferenze dei “civili” e creare il tal modo “ il caso” e costringere il Presidente Obama a decidere la sua sostituzione. In tal modo li ha separati Obama, non è lui che li ha lasciati. Parafrasando la nota affermazione di Clèmenceau, deve aver realizzato che “la guerra è una cosa troppo seria per farla condurre dai politici", i quali sono sempre i veri responsabili della dichiarazione delle stesse; salvo poi affidare ai militari il “ facile “ compito di combatterle e vincerle. Forse, forse, in questo modo il Generale si è comportato da “politico”. Nonostante tutto quello che possano avergli fatto subire, meglio sarebbe stato che fosse rimasto con i suoi uomini. Una cosa certa: la sua sostituzione con il Gen. Petraeus, dal punto di vista operativo non costituisce un grosso problema. E’ invece preoccupante la pesante situazione in Afganistan ,come viene messa in luce dall’episodio. Questo, purtroppo allontana le speranze per una rapida soluzione dei conflitti in quell’area e del raggiungimento della pace.
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